Conversazione con Dash Shaw di Viola Giacometti
Dash Shaw è uno dei più interessanti giovani disegnatori emersi in questi ultimi anni sulla scena americana. Propone un fumetto molto innovativo e sperimentale caratterizzato da un’intensa liricità. L’ironia dei suoi personaggi è asciutta e di poche parole. Li delinea nella maniera più accurata possibile, soprattutto la loro dimensione psicologa, e le città, gli ambienti in cui essi si muovono, sono resi in modo altrettanto ricco e vivido. Le sue storie hanno spesso a che fare con sentimenti contraddittori, le fantasie quoti- diane e quel senso di vulnerabilità che ci sorprende anche negli aspetti più ordinari della vita.
Ci raccontarci qualcosa di te? Chi è Dash Shaw?
Mi chiamo Dash Shaw. Sono nato a Los Angeles, California, nel 1983, ma sono cresciuto a Richmond, Virginia. Mia mamma è una psicologa infantile e mio papà fa il copywriter. Sono quacchero. Sono andato alla School of Visual Arts a Manhattan e mi sono diplomato nel 2005 in disegno e illustrazione. E sono uno scout.
Puoi raccontarci qualcosa del tuo lavoro? Del tuo modo di progettare una storia, disegnarla e scriverla...
I miei fumetti sono molto diversi tra loro. A differenza di alcuni autori del passato, io non ho personaggi ricorrenti, e le mie storie non hanno luogo tutte nello stesso mondo. Preferisco lavorare progetto dopo progetto, o storia dopo storia, con disegni e personaggi diversi. Questo perché, per me, lavorare a un fumetto è come andare in vacanza in un luogo immaginario. E io voglio visitare diversi luoghi. Alcune delle storie sono scritte in anticipo, altre sono improvvisate, alcune sono disegnate a matita e inchiostrate a pennello, altre a pennarello o a pennino. Ognuna è diversa.
Oltre a disegnare fumetti, hai realizzato piccole animazioni come in occasione del tuo ultimo libro The Bottomless Belly Button, per cui hai creato un trailer... è una presentazione? Cosa ci puoi dire di queste produzioni?
Ho visto online che l’animazione funziona a 12 fotogrammi al secondo, perciò un minuto sarebbero 720 disegni. Quindi ho fatto 36 disegni al giorno per 20 giorni. Ecco come ho fatto il trailer. Ho intenzione di fare altre animazioni in futuro (ne sto facendo una per BodyWorld), ma ci vuole un sacco di tempo. Al ritmo di un minuto al mese, mi ci vorrebbero sette anni per fare un lungometraggio. Non sono pronto per buttar- mi in una cosa simile. Magari in futuro, però.
Nonostante tu sia molto giovane hai pubblicato molte storie brevi e ben quattro libri: The Bottomless Belly Button (2008), The Mother’s Mouth (2006), Goddess Head (short stories 2002-2004) (2005) e Love Eats Brains: A Zombie Romance (2004). Come presenteresti que- sti lavori? Come li spiegheresti ai lettori? C’è un aggettivo, una parola, un’immagine che li collega tutti?
Bottomless Belly Button è l’unico fumetto tra questi che ho fatto al di fuori del college. Gli altri sono compi- ti da studente e (onestamente) li ho fatti un po’ a casaccio. Ma sono orgoglioso di BodyWorld, il fumetto penso di poterlo trovare. Non sono un grande scrittore. Non ho un vocabolario molto vasto. Non scriverei mai un libro di solo testo. Quello che mi interessa del fumetto è la sequenza dei disegni e il modo in cui il testo agisce all’interno di quella sequenza. Cerco sempre di comunicare in modo visivo/fumettistico invece che mettere didascalie in cima alle tavole per descrivere quello che uno sta pensando o provando.
BodyWorld è il tuo ultimo lavoro, un fumetto nato per il web. Ogni martedì pubblichi un nuovo capitolo su www.dashshaw.com. Quanti lettori seguono questo lavoro? È il tuo primo fumetto per il web?
Non so quanta gente lo legga. È il primo fumetto per il web che faccio da solo. Per un paio d’anni ho fatto illustrazioni per un sito di consulenza medica in forma di fumetto. Ma quelli sono lavori scritti da altra gente, su temi come il cancro al seno o ai polmoni, e io devo solo tradurre le storie in forma di fumetto per il web. Naturalmente, BodyWorld lo faccio per me stesso e faccio tutto da solo.
Come crei i tuoi personaggi? Sono sempre molto dettagliati e definiti. Per esempio, professor Panther è incredibilmente realistico e concreto, pur nel suo quotidiano delirio e nella sua immancabile inadeguatezza...
Per ogni personaggio è diverso. Professor Panther nasce soprattutto dal mio senso dell’umorismo. Mi piace l’umorismo nero, asciutto, e mi piacciono anche le gag visive nello stile di Jacques Tati. Quella di Panther che parla a Billy Borg è una scena immediatamente divertente perché i personaggi sono del tutto diversi. Si crea una giustapposizione visiva che è buffa e tira fuori le personalità di entrambi i personaggi.
Il tuo stile narrativo è molto solido. Ogni storia ha un’ampia architettura. Penso soprattutto a BodyWorld, in cui si ha l’impressione di essere dentro qualcosa di resistente ma allo stesso tempo fluido e aperto, a volte sconcertante, come se nelle tue storie potesse succedere qualsiasi cosa... da un momento all’altro...
Grazie. Io scrivo i miei fumetti partendo da molto lontano, da una serie di eventi, ma all’interno di quegli eventi, pur andando da un punto “A” a un punto “B” dentro a una scena, mi piace improvvisare e divagare un po’. Questo è ciò che crea l’effetto di trovarsi all’interno di qualcosa di più vasto ma, allo stesso tempo, di fluido e aperto.



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