Lungo un greto di fiume di Mattias Parecchini

Pomeriggi strani, caldi, appiccicosi; da bassa pianura. Pomeriggi da immaginarsi sdraiati sotto un gelso, vicino ad un canale, con una fetta d’anguria, un fiasco di vino rosso e il respiro di una ragazza innamorata.
Nel Carmine i canali sono un ricordo; meglio, il ricordo di un ricordo. Ricordo di letture, ricordo di stampe, ricordo di epitaffi, ricordo di canzoni. Nel Carmine l’acqua è il Bova. Il Bova vive, respira, ansima sotto il pavimento della chiesa, sotto i marmi, le pietre, la ghiaia, la terra, i mattoni. Da un profondo contrario chiama i pochi che la vogliono ascoltare. Molti la sentono, curiosi. Pochi l’ascoltano. Tanti non capiscono, ma noi avremmo dovuto. Noi avremmo dovuto ascoltare l’acqua. Qualcuno aveva suggerito: il Bova parla, l’acqua parla. Ascoltiamo. Qualcuno aveva notato: la voce del Bova si spegne. Interveniamo. Qualcuno aveva intuito: il respiro dell’acqua si affievolisce. Facciamo qualcosa. Il Bova. L’acqua. Forse se l’avessimo ascoltata, avremmo evitato questa catastrofe. Ma noi credevamo che l’acqua non potesse finire. Noi credevamo che il Bova, come i nostri sogni, non ci avrebbe mai abbandonati.
Esistevano fontane. A San Nicolò. In Rua Stona. In Roa Caliera. Al Pontesel. Alla Palada. Esistevano altre fontane; quelle private, nelle corti, nei cortili, nelle case, vicino ai mulini. Nelle beccherie, nei mercati quelle pubbliche. Esistevano ovunque fontane. Esisteva altra acqua, ancora, nei carmi dei Sollevati.
Acqua. Altra acqua. Per allungare il vino, per conciare le pelli, per lavare le carni, per conservare le tinche, per trasportare il legname, per ammollire l’argilla, per raffreddare le lame, per colorare le tele, per benedire le folle, per palesare le streghe, per irrorare le viti, per risciacquare le salme.
Pomeriggi strano, caldi, appiccicosi. L’acqua, che ci aveva accompagnato da sempre; l’acqua, che ci aveva cresciuti, resi adulti, formati; l’acqua, che ci aveva dato gioco, lavoro, ristoro, difesa, certezza.
L’acqua. Forse, se l’avessimo ascoltata, avremmo evitato questa catastrofe.
Il conestabile guardò l’orologio, studiò i percorsi contorti delle volute attorno al grande specchio, cercò di indovinare chi fossero i personaggi appesi al muro e canticchiò un vecchio motivo.
Gli avevano chiesto di essere paziente, Sua eminenza arriverà a momenti, e lo avevano fatto accomodare nello studio del prelato. La poltrona era comoda. La grappa ghiacciata e l’aria condizionata facevano scordare l’afa opprimente che in quei giorni gravava sulla città.
Ma al conestabile non piaceva attendere; e cominciava ad annoiarsi.
Alle sue spalle la porta si aprì e il conestabile riconobbe la voce del vescovo che impartiva ordini ai segretari. L’ufficiale vuotò il bicchiere, si alzò e attese l’arrivo dell’alto prelato lisciandosi i pantaloni dell’uniforme.
Il vescovo entrò, accompagnato dal suo segretario, e si diresse verso il conestabile tendendogli la destra.
-Mi rammarico di avervi fatto attendere, conestabile, ma impegni importanti mi hanno trattenuto più del preventivato. Ma vi prego, sedete. Vi presenterei il mio segretario personale, fratel Tomasso Tomalte, ma credo vi conosciate già.
-Non vi preoccupate, eminenza, è capitato anche a me, a volte, di costringere all’attesa i miei ospiti. Anche i più graditi. Conosco, e stimo, fratel Tomasso, quasi quanto stimo voi, eminenza.
Il vescovo sorrise si sedette e il conestabile fece altrettanto.
-Allora, conestabile, in cosa posso esservi utile?
L’ufficiale represse un moto di sconforto: non erano queste le parole che si aspettava di sentire dal vescovo.
-Voi sapete perché sono qui, eminenza. Sapete in cosa potete essermi utile. Vi abbiamo mandato la documentazione inerente al progetto, i nostri esperti si sono confrontati con i vostri, io stesso ho esposto a fratel Tomasso il progetto, illustrandogli i molti pro e i pochi contro dello stesso .
Il vescovo sorrise e girò la testa verso il segretario, che si abbassò e gli suggerì qualcosa.
Il conestabile osservava il vescovo annuire e cercava di immaginare le parole di fratel Tomasso: sapeva di quanta considerazione godesse il giovane carmelitano presso il vescovo ed era curioso di sapere quali fossero le sue idee sull’argomento; si erano incontrati più volte prima di quel pomeriggio, per preparare il colloquio con il vescovo, e nonostante il conestabile fosse un politico capace, navigato, dotato di ottimo intuito non era riuscito in alcun modo a capire quali fossero i pensieri, le posizioni, le opinioni di fratel Tomasso. Quel giovane frate con i capelli rossi e il saio sempre pulito, perennemente impegnato a rigirarsi un rosario tra le dita, tanto leggero sui sandali consunti da dare l’idea di volare più che camminare si era rivelato, per il conestabile, un ostacolo insormontabile. Aveva più volte sondato il terreno, il conestabile, cercando di ottenere la disponibilità del carmelitano a sostenere il proprio progetto, ma non aveva ricevuto risposte, né soddisfacenti né insoddisfacenti, solo sorrisi enigmatici. Gli stessi che ora riceveva dal vescovo.
Erano molto simili, il vescovo e il suo segretario, talmente simili, nei tratti, nei movimenti, nel modo di sorridere che qualcuno, sottovoce, insinuava che potessero essere consanguinei, parenti. Padre e figlio. Padre e figlio, pensò stizzito il conestabile, io sto facendo la parte dello Spirito santo da spennare.
Due colpi secchi, alla porta che fratel Tomasso si affrettò ad aprire, sorpresero il conestabile nei suoi dubbi. Entrò un cameriere spingendo un carrello. Il segretario lo congedò con un sorriso, sollevò delicatamente una bottiglia e la porse al vescovo, che sorrise, annuì e la mostrò al conestabile.
-Vi piace il Porto, conestabile? Sì? Questo è meraviglioso. Millenovecentonovantasette. Un’ottima annata. Storica. Decenni di riposo, di maturazione, di irrobustimento. Lo assaggi, conestabile. Lo accompagni con una mandorla, un biscotto, un poco di formaggio di capra. E, tra un sorso e l’altro, se non le dispiace, mi rammenti ancora una volta il vostro progetto, me lo chiarisca, me lo illustri, cortesemente, una volta ancora.
Il conestabile trattenne uno sbuffo, accettò il bicchiere di vino e ne sorbì un sorso, un unico sorso, per non offendere il vescovo. Avrebbe preferito una birra, magari ghiacciata, a quel vino liquoroso e tiepido, ma non poteva permettersi errori: e urtare la suscettibilità del vescovo, notoriamente amante del vino portoghese, dimostrando di non apprezzare il suo omaggio, sarebbe stato uno dei più gravi.
Bevve un sorso di porto e ingollò un paio di mandorle.
-Ecco come stanno le cose. Il quartiere è diventato ingestibile. Peggio, indipendente. Fratel Tomasso ve lo può confermare. Hanno chiuso il quartiere, e nessuno riesce a penetrarvi. Hanno creato barricate lungo via del Carmine, via della majolica, via della mercanzia e la rossoera. E dentro questa specie di quadrilatero nascono, vivono, muoiono. Hanno orti, vigneti. Nei giardini hanno seminato segale, orzo, frumento. Allevano bestie. Hanno mulini, forni, cantine, frantoi. Hanno beccherie, ovviamente e, chissà come possibile, riescono ad allevare anche trote, tinche, gamberi. Hanno negozi in comune, hanno magazzini pieni di tele e vettovaglie che nemmeno immaginavano esistessero! Vivono, si riproducono, crescono nel loro stramaledetto quartiere senza che noi possiamo fare niente per estirparli!
Con un gesto, il vescovo interruppe il conestabile.
-Non non dovrei chiedervelo, ma non riesco proprio a capire quale sia il problema: un quartiere, isolato, nel seno di una città. Che problemi può creare? Avete detto che nessuno può penetrare nel quartiere? Ebbene, se ne nessuno può penetrarvi, basterà fare in modo che nessuno possa uscirvi. Non è così?
Il conestabile scosse il capo.
-Non è così semplice, eminenza. Uscire, militarmente parlando, è sempre molto più facile che penetrare. Inoltre, voi dite, un quartiere isolato che problemi può creare! Ne crea, eminenza, e tanti! Perché se non può uscire la gente, possono uscire i singoli ma, soprattutto, le idee. Nel resto della città già si parla dell’esperienza Carmine! Già si afferma che se un quartiere può esimersi dal pagare le tasse, dal fornire giovani per il servizio di leva, dal dipendere dal Consiglio dei Venti per le derrate alimentari, per l’energia, per la sopravvivenza, se un quartiere può farlo potranno presto farlo anche gli altri! Dalle città vicine giungono preoccupati ambasciatori: si teme che l’esperienza del Carmine influenzi altri quartieri, altre contrade simili. Non possiamo permetterlo, eminenza, questa situazione ci sta sfuggendo dalle mani. Abbiamo tollerato troppo a lungo, non possiamo permetterci di procrastinare ulteriormente.
-Ma la soluzione che voi, che il consiglio ha proposto mi sembra improponibile. Io vi conosco, prima che come politico sagace, come esperto militare. Non avete truppe speciali al vostro servizio? Non potete guidare un attacco, non potete organizzare una sortita, un colpo di mano? Non potete riconquistare il Carmine?
-Non è facile, per me, parlare di questo. Mi sono sempre ritenuto un ottimo tattico, un ottimo soldato, un ottimo comandante. Sono sempre stato fiero delle mie truppe scelte. Le ho guidate personalmente in due attacchi al quartiere…
Il vescovo interruppe l’ufficiale.
-Intendete dire, conestabile, che azioni di forza sono già state tentate senza il nostro placet?
Il conestabile abbassò leggermente il capo e spalancò le braccia.
-Sono desolato, eminenza. Ero convinto, il consiglio era convinto, che un’azione di forza, che l’intervento delle truppe speciali avrebbe risolto tutti i problemi…
Lo sguardo del vescovo si fece pungente.
-Invece?
Il conestabile sbuffò.
-Invece non è stato così, evidentemente. La prima volta è stata tentata un’azione con pochi uomini scelti, qualche decina, che avrebbe dovuto infilarsi nel quartiere, colpire alcuni obiettivi primari, umani e strategici, e creare una testa di ponte per il grosso delle truppe. Nessuno dei miei uomini ha raggiunto il proprio obiettivo. La seconda abbiamo dispiegato quattro battaglioni di volontari e uno di guardia repubblicana. È stata una strage. I nostri uomini hanno trovato resistenza.
-Non ve l’aspettavate?
-Non ci aspettavamo un’organizzazione tale. Ci hanno lasciati penetrare, ritirandosi davanti a noi, ci hanno lasciato campo libero. Poi, quando eravamo convinti di aver preso possesso del quartiere, ci hanno attaccati, chiudendoci ogni via di fuga. Sbucavano dai tombini, colpivano dai tetti, apparivano all’improvviso, falciavano un paio dei nostri e scomparivano nei vicoli. Guerra di guerriglia, come dai migliori trattati di tattica. Molotov, barricate nelle vie, i vicoli che fino ad un attimo prima ci sembravano sicuri trasformati in cul de sac, dai tetti pietre, tegole, cecchini alle finestre. Una strage. Adesso hanno anche le nostre armi e, probabilmente, ostaggi, prigionieri da usare come merce di scambio durante le eventuali trattative.
-Un insuccesso totale.
-Un insuccesso totale, eminenza. Centinaia di soldati, di volontari morti inutilmente.
-Ma anche loro avranno avuto morti, feriti! Come li hanno curati? Come hanno evitato il propagarsi di epidemie? Non ci sono ospedali, nel quartiere, e le scorte dell’unica farmacia non possono essere durate tanto a lungo!
Il conestabile indicò fratel Tomasso.
-Chiedete a lui, eminenza, chiedete a lui come hanno potuto curare i feriti ed evitare il propagarsi di epidemie nel quartiere! Chiedete al vostro segretario!
Il vescovo girò il capo verso il giovane frate e con un cenno della mano lo invitò a parlare. Tranquillamente, quasi sorridendo, il frate spiegò al vescovo la situazione.
-I miei confratelli, eminenza, fanno quello che hanno sempre fatto nel quartiere, dal sedici marzo milletrecentoquarantasei ad oggi: si curano delle anime degli uomini e curano i loro corpi; il convento, per l’ennesima volta, è diventato un lazzaretto, negli orti si coltivano piante officinali, nel chiosco si distribuiscono zuppe e medicinali naturali. Con i miei confratelli collaborano medici cinesi, imam, spagirici, rabbini, uomini della medicina, qualche ciarlatano. Ognuno offre un poco del proprio sapere, della propria arte, e tutti aiutano tutti.
-Tutti aiutano tutti?
-Tutti aiutano tutti, eminenza. Senza conflitti. In armonia. Il pane dei fornai è per tutti, la pelle dei conciatori è per tutti, la verdura degli ortolani, il vino dei vignaioli, le armi dei fabbri, tutto è per tutti.
-Chi comanda? Chi prende decisioni?
-Quando è necessario decidere qualcosa di importante, si convocano quelle persone che del problema in questione hanno dimostrato di avere più esperienza, più conoscenza, più intuito delle altre; questi esperti discutono, si confrontano e trovano la soluzione migliore; poi la presentano agli altri, radunati in assemblea, spiegano i pro e i contro della stessa e infine, tutti insieme, si decide di accettarla.
-E se non viene accettata?
Il frate sorrise.
-Finora non è mai capitato.
-E chi gestisce il denaro?
-Nessuno, perché non ne hanno bisogno. Hanno tutto quello che è necessario, e non chiedono altro, se non di essere lasciati in pace. Anzi, il denaro lo spregiano, perché causa guerre, tradimenti, dolore, vizio!
-Questo non è possibile! Non è umano spregiare il denaro! Il denaro è necessario! Anche loro dovranno ritornare a sottostare alle nostre leggi, ai nostri decreti. Anche loro dovranno conformarsi nuovamente ai nostri usi. Dovranno accettare quelle regole che sono necessarie alla pacifica convivenza!
-Pacifica per voi!
-Per noi e per loro, Tomasso. Credete che se mi offrirò come garante, accetteranno di ritornare sui loro passi?
-No, eminenza. Non si fidano più di nessuno.
Il vescovo scosse la testa.
-Non ci sono altre soluzioni, quindi.
In quel momento, il conestabile capì di avercela fatta.
-No, eminenza, non ci sono altre soluzioni.
Il vescovo si passò una mano tra i capelli radi. Guardò il segretario, il conestabile e poi, oltre i vetri della grande finestra, la cupola del duomo, la torre del palazzo, il fianco della collina, e poi, oltre ancora, guardò i vicoli del quartiere, le facciate dei palazzi nobiliari, i chioschi dei conventi, i portoni delle chiese, i dipinti delle edicole, le camerate delle caserme, i tavoli delle osterie, e poi, oltre ancora, guardò i bambini che giocavano a pallone, le puttane sedute sulle sedie di paglia, gli ubriachi, gli uomini pronti a combattere, le donne al loro fianco. Guardò i frati, gli imam, i rabbini, i monaci buddisti.
Guardò il segretario, che rigirava il rosario tra le dita, e il conestabile, che sembrava sul punto di esplodere.
-Cosa vi aspettate che faccia, conestabile?
Prima che l’ufficiale potesse rispondere, fratel Tomasso fece alcuni passi verso la scrivania del vescovo.
-Eminenza!
Il vescovo alzò la mano destra e lo fece tacere.
-Uscite.
Il segretario abbassò il capo e indietreggiò verso la porta. Una volta uscito, il vescovo e il conestabile udirono il rumore dei suoi passi affrettati lungo il corridoio.
-Vi ho chiesto cosa vi aspettate che faccia, conestabile.
Il conestabile ghignò: per un attimo,aveva temuto che l’influenza del segretario potesse mutare il pensiero del vescovo.
-Dovete azionare le chiuse. I nostri acquedotti sono già stati sbarrati da tempo; il Garza, il Dragone, il Celato costretti nelle dighe. Solo il Bova porta acqua nel quartiere. Fermato il Bova, il quartiere rimarrà senz’acqua. Azionate le chiuse, bloccate il flusso d’acqua. Saranno costretti a cedere. Abbiamo schierato le truppe lungo le vie dove loro avevano preparato le barricate. Via del Carmine, via della majolica, via della mercanzia e la rossoera. Aspetteremo che vengano da noi, spinti dalla sete, dalla disperazione, dalla pazzia. E saremo pronti ad accoglierli, non dubitate!
-Non vedo perché dovrei dubitare delle vostre parole, anche se, secondo quanto mi avete detto prima, è lecito pensare che possano tentare sortite, che qualcuno possa riuscire a sfuggirvi.
-Tenteranno sicuramente sortite. Ma in quel caso saranno loro ad attaccare e noi a difendere: invertite le parti, non avranno speranza. Tenteranno attacchi terroristici. Li abbiamo previsti. Sappiamo come affrontarli. La loro guerra di guerriglia, perfetta per difendersi nei vicoli stretti del quartiere, sarà inutile quando dovranno attaccarci frontalmente. Qualcuno potrà sfuggirci, è vero, ma ne cattureremo la maggior parte. Possiamo mantenere l’assedio per mesi. Poi, quando il Carmine sarà vuoto, finalmente potremo cominciare a ricostruirlo. Tutto come previsto. Noi e voi insieme, eminenza.
Il vescovo annuì.
-Noi e voi insieme, conestabile. Venerdì quattordici luglio le acque del Bova cesseranno di scorrere sotto il Carmine. Speriamo che Dio sia con noi.
Il conestabile si alzò, raggiante, si inchinò davanti al vescovo e si diresse verso la porta, ma prima di uscire un pensiero lo turbò.
-Dio sarà con noi, eminenza. Ma il vostro segretario?
-Il mio segretario farà ciò che la sua coscienza gli suggerirà di fare. Ed io, e voi, conestabile, rispetteremo la sua scelta.
-Senz’altro, eminenza, senz’altro. Addio eminenza, ricordatemi nelle vostre preghiere.
-E voi nelle vostre, conestabile.
Quando l’ufficiale fu uscito, il vescovo si slacciò i polsini della camicia e si lasciò cadere sulla poltrona di pelle nera. Sapeva che Tomasso avrebbe raggiunto i suoi confratelli nel Carmine, sapeva che avrebbe combattuto, sperato e sofferto con loro. Si chiese se avrebbe rivelato quanto sapeva, ma si pentì subito. Tomasso aveva promesso, nelle sue mani, che non avrebbe tradito. Figlio mio, pensò il vescovo, figlio mio.
Pomeriggi strani, caldi, appiccicosi. Non abbiamo più acqua, nel Carmine. Non riusciamo nemmeno più ad immaginarla. Chiamiamo l’acqua, inginocchiati sul marmo, sdraiati. Chiamiamo l’acqua e accostiamo l’orecchio al buco nel pavimento, sperando di ricevere una risposta. Era il Bova. Ma non c’è risposta sotto il pavimento della chiesa, sotto i marmi, le pietre, la ghiaia, la terra, i mattoni. Non c’è vita, respiro, ansimo. Nemmeno i bambini sentono più la voce dell’acqua.
Non c’è acqua. E non c’è vino, non ci sono pelli, non ci sono carni, non ci sono tinche, non c’è legname, non c’è argilla, non ci sono lame, non ci sono tele, non ci sono folle, non ci sono streghe, non ci sono viti, non ci sono salme. Ma queste sì, queste ci saranno presto.
Esistevano fontane. A San Nicolò. In Rua Stona. In Roa Caliera. Al Pontesel. Alla Palada. Esistevano altre fontane; quelle private, nelle corti, nei cortili, nelle case, vicino ai mulini. Nelle beccherie, nei mercati quelle pubbliche. Esistevano ovunque fontane. Non esistono più..
Esistevano sogni. Non esistono più.
Togliendoci l’acqua ci hanno tolto i sogni. Togliendoci i sogni ci hanno tolto tutto.
Pomeriggi strani, caldi, appiccicoso. L’acqua, che ci aveva accompagnato da sempre; l’acqua, che ci aveva cresciuti, resi adulti, formati; l’acqua, che ci aveva dato lavoro, ristoro, difesa, certezza.
L’acqua.
Forse, se l’avessero ascoltata, avremmo evitato questa catastrofe.


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